Robert Musil – Ulrich cerca di spiegare la teologia mediante lo sport

«Ulrich giustificò vivacemente l’accaduto e dichiarò alla stupefatta materna bellezza al suo fianco che tali esperienze di lotta non vanno giudicate secondo l’esito. La loro attrattiva sta nel fatto che in un brevissimo spazio di tempo, con una rapidità mai ricorrente nella vita borghese, e sotto la guida di segni appena percepibili, bisogna compiere cosí tanti movimenti diversi, vigorosi e tuttavia strettamente coordinati che è impossibile sorvegliarli con piena coscienza. Al contrario, ogni sportivo sa che qualche giorno prima della gara si deve sospendere l’allenamento, appunto per lasciare che muscoli e nervi prendano tra loro gli ultimi accordi senza che la volontà, l’intenzione e la coscienza vi contribuiscano o abbian nulla da dire. Poi, nel momento dell’azione, descrisse Ulrich, succede cosí: i muscoli e i nervi scattano e combattono insieme all’io; e questo, cioè il complesso di corpo, anima, volontà, insomma l’individuo nel suo insieme cosí com’è definito e delimitato dal diritto civile, viene da essi nervi e muscoli preso su e trasportato leggermente, come Europa in groppa al toro; se cosí non è, se per disavventura il piú piccolo raggio di riflessione attraversa quel buio, l’impresa fallisce sicuramente. — Ulrich s’era accalorato nel discorso. In fondo — egli affermò — quell’esperienza d’un’estasi, d’una trascendenza quasi completa della persona cosciente, era affine a un genere d’esperienze perdute, già note ai mistici di tutte le religioni, e quindi si poteva in qualche maniera considerare come il surrogato moderno d’esigenze eterne, un cattivo surrogato, ma pur sempre un surrogato; sicché la boxe e altri sport analoghi, che lo introducono in un sistema razionale, sono una specie di teologia, anche se non si può ancora pretendere che ciò venga universalmente riconosciuto.

Senza dubbio Ulrich aveva parlato con tanta vivacità alla sua compagna anche un po’ per il frivolo desiderio di farle dimenticare la situazione pietosa in cui ella l’aveva trovato. In tali circostanze era difficile per lei capire se egli scherzasse o parlasse sul serio. A ogni modo poté sembrarle in fondo assai naturale ch’egli cercasse di spiegare la teologia mediante lo sport, e magari abbastanza interessante, perché lo sport è un fatto contemporaneo, mentre la teologia è una cosa di cui non si sa niente, quantunque esistano innegabilmente ancora moltissime chiese. Comunque sia, ella pensò che un caso fortunato l’aveva condotta a salvare un uomo di grande ingegno, nello stesso tempo però le venne il sospetto ch’egli avesse riportato una commozione cerebrale.»

— Robert Musil, L’uomo senza qualità, 1930 (traduzione, modificata, d’Anita Rho)

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