Shakespeare, Giulio Cesare – Bruto vs Antonio e la retorica politica

«In quest’orazione [di Bruto], e nella successiva d’Antonio, si gioca il destino di Roma; e non a caso esse sono collocate dal drammaturgo al centro dell’opera. Seguendo Plutarco, egli fa parlare Bruto secondo l’asciutto stile attico e Antonio secondo il dovizioso stile asiatico. Ma l’articolazione e i contenuti delle due orazioni costituiscono una grande invenzione rispetto alla fonte, e rappresentano due fra i piú alti esempi letterari di retorica della politica. L’orazione di Bruto inizia con un invito al silenzio che duri fino alla conclusione: egli spiegherà le ragioni dell’eliminazione di Cesare, e la folla giudicherà. Fin dall’inizio il suo atteggiamento è opposto a quello d’Antonio, che si farà interrompere spesso e ad arte, portando la folla a credersi protagonista dell’evento locutivo (ed emotivo e politico). E si noti che il discorso [di Bruto] è in prosa, malgrado l’importanza del personaggio (i grandi in Shakespeare parlano quasi sempre in versi) e l’importanza dell’occasione. Ma la prosa è il veicolo dell’argomentazione logica, del discorso dimostrativo, e il discorso di Bruto è in effetti una sorta di teorema, logico ma anche tautologico, breve ma anche ridondante. Un discorso strutturato con ampia consapevolezza retorica, e tuttavia privo del movimento e della passione che caratterizzeranno quello d’Antonio.»

Alessandro Serpieri, nota a William Shakespeare, Giulio Cesare, III, ii, 12 sgg.

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